mercoledì 24 ottobre 2007

Voto di fiducia, il ricatto elevato a sistema

Tratto dall'Avanti del 18 Ottobre

Quello che poteva sembrare materia di discussione per un seminario dell’associazione costituzionalisti si è materializzato nella realtà politica. Solo qualche decennio indietro il Parlamento era il luogo sovrano e indiscusso di proposta e di modifica non solo delle leggi finanziarie, ma di qualsiasi disegno di legge che prevedesse un progetto di riforma organico di qualsivoglia materia. Con l’avvento dell’anomalo e tutto nostrano sistema maggioritario, dalle coalizioni composte al grido “dentro tutti”, si è andata dapprima costituendosi, per poi presto affermarsi e divenire prassi, la cosiddetta “questione di fiducia”, i cui albori risalgono proprio al primo governo Prodi. Il recentissimo appello del presidente Napolitano, per un confronto parlamentare corretto, che dovrebbe essere tale sia nelle “forme”, sia nei “contenuti”, saggio quanto necessario, rischia di cadere nel vuoto, di fronte a un sistema politico che antepone a qualsiasi problema che si trova a dover affrontare, l’esigenza di mantenimento del “cadreghino”.
La “questione di fiducia”, sia per le metodologie d’uso, sia per la dottrina che la ispira, presenta a mio avviso più di un dubbio di legittimità costituzionale; tra gli altri il vincolo di “mandato imperativo”, risulta essere palesemente violato, innanzi a situazioni che “obbligano” seppur indirettamente, il voto del parlamentare su un determinato disegno di legge, legando le sorte di questo alla vita del governo, e sottoponendo conseguenzialmente il parlamentare stesso a un vincolo implicito di coalizione, sia moralmente, ma potenzialmente anche giuridicamente, in quanto la legge elettorale obbliga espressamente all’atto di presentazione delle liste l’apparentamento (eventuale) con una coalizione. Oltretutto bisogna adeguatamente valutare che in tale contesto, il parlamentare è naturalmente più propenso ad agire per la tutela e la conservazione del proprio “status” - anteponendo l’interesse personale all’interesse generale - e non risulterebbe così immondo pensare che il secondo soccomba al primo.
Ma il problema sollevato dal Presidente è ancor più articolato e pertanto complesso, perché non solo mette in rilievo un reale problema politico che si riscontra e si ripercuote sistematicamente nell’attività legislativa quotidiana, ma segnala un progressivo e inesorabile svuotamento del ruolo d’indirizzo politico del Parlamento, organo costituzionale a cui è affidata in via esclusiva, salvo eccezioni, il potere legislativo. Il messaggio presidenziale, del resto, oltre a inquadrare un problema che si protrae da un decennio, segna una continuità di vedute con il precedente inquilino del Colle. Lo stesso Ciampi, nel messaggio di rinvio alle camere del disegno di riforma del sistema giudiziario (la prima “versione” della riforma Castelli) evidenziò oltre che la palese incostituzionalità per violazione di più articoli della Carta costituzionale, l’inadeguatezza del testo legislativo del progetto di riforma che possiamo direttamente attribuire, senza azzardo alcuno, ai cosiddetti maxi-emendamenti approvati con voto di fiducia.
Insomma, una legge di riforma così complessa e articolata di un settore oggettivamente delicato, quale quello giudiziario, che ridisegnava radicalmente l’organizzazione dello stesso (mai entrata formalmente in vigore, pur essendo stata controfirmata in seconda battuta dal capo dello Stato), constava di soli due articoli: il primo con 49 commi, il secondo con ben 51. Un ulteriore commento, in merito e nel merito, lo lascio a voi lettori. Ma l’esempio è solo uno dei tanti che potremmo fare. Esso palesa non solo quanto sopra già espresso, ma apre a una riflessione più organica, che non può non interessare l’inadeguatezza del sistema bipolare e del sistema politico che si sono generati nella seconda Repubblica, dove per poter legiferare, spesso e volentieri, si ha bisogno del “ricatto di fiducia”.
Appare francamente impossibile continuare a non considerare quanto avviene, o farlo con superficialità. È un campanello d’allarme che suona ininterrottamente da lungo tempo, che tenta inutilmente di avvertirci di una anomalia all’interno del sistema nostrano. È una spia rossa che segnala un malfunzionamento di un sistema che non riesce a riformarsi ma soprattutto non genera da anni riforme radicali e durature, che sempre più si rendono necessarie. In molti, costituzionalisti, studiosi delle dottrine politiche e quant’altro, parafrasando un vecchio proverbio, amano asserire: “Dimmi come legiferi, e ti dirò che Stato sei”. In tal caso, non credo che il nostro paese si presenti bene.

Nicola Carnovale

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