mercoledì 24 ottobre 2007

Sempre più triste il destino della Birmania

Biografia di una dittatura-tratto dall' Avanti del 19 Ottobre

La comunità internazionale osserva impotente. Cos’è successo? Di cosa stiamo parlando? Il 19 agosto il governo birmano aumenta del cinquecento per cento il prezzo del carburante ed effettua un rincaro dei beni di prima necessità. Cominciano le proteste pacifiche. Il 5 settembre tre monaci buddisti vengono feriti dai soldati mentre partecipano ad una manifestazione a Pakokku. Il 26 settembre i soldati sparano sui manifestanti e uccidono almeno quattro monaci. Il resto è noto a tutti.
La Birmania, ribattezzata nel 1989 Myanmar dalla giunta militare al potere, è un’ex colonia britannica. Indipendente dal 1948, è governata dal 1962 dal generale golpista Ne Win. Nel 1988 il generale fu spodestato dall’esercito. Arrivata al potere la giunta militare, che represse nel sangue una rivolta popolare causata dall’aumento del costo della vita. La rivolta democratica del 1988 contò più di tremila vittime. Leader oppositori, come Min Ko Naing o Ko Ko Gyi, hanno trascorso almeno quindici anni in prigione. Dura e spietata fù la repressione. Tra le vittime e gli arrestati ci furono anche molti monaci. Da allora, il rapporto tra i religiosi e il governo sarà sempre teso. Il 1990 è l’anno delle elezioni democratiche. Almeno così doveva essere. La Lega nazionale per la democrazia (Nld), capeggiata da Aung San Suu Kyi, ottiene 392 seggi parlamentari su 485. Vittoria? La giunta militare sospende il Parlamento, dichiara fuorilegge tutti i partiti e arresta San Suu Kyi. La donna leader vivrà, da quel giorno, in prigione e, poi, agli arresti domiciliari. Dopo i fatti di settembre sarà condotta dalla sua residenza al carcere di Insein. Questa la biografia della dittatura militare, capeggiata dal generale Tan Shwe, affiancato dallo xenofobo Maung Aye e dal primo ministro, ovviamente generale, Soe Win. Questa la storia di un popolo oppresso e ridotto al silenzio. Queste le costanti violazioni dei diritti umani e molto di più. Ci saranno gli estremi per un’azione che ridia libertà e faccia giustizia? Il Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite si è riunito. Cosa ha deciso? Nel primo incontro niente. Cina e Russia non hanno volontà: sono questioni interne, dicono. Nella riunione del 10 ottobre scorso si è trovato l’accordo per una risoluzione non vincolante. Si deplora la condotta della giunta Birmana e si richiede l’immediata liberazione degli oppositori arrestati. Ha vinto la linea morbida. Le ragioni politico-economiche russe e cinesi non hanno permesso altro. La Cina è da sempre il miglior alleato e partner della giunta militare. A gennaio pone il veto su una risoluzione Onu di condanna alle violazioni dei diritti umani in Birmania. Tre giorni dopo ottiene una vantaggiosissima concessione sul gas della Baia del Bengala. Protezione e altro in cambio di buoni affari e un alleato. L’Ue ha applicato sanzioni economiche. Gli Stati Uniti d’America, dal 1990, hanno sempre imposto pesanti restrizioni. La Birmania fu accettata nell’Asean (Association of southeast asian nations) nel 1997. Dichiaravano: per innescare un cambiamento attraverso un “impegno costruttivo”. Molto più cinicamente, per garantire l’accesso dei Paesi membri alle ricche risorse di questo Paese. L’India? Un vicino interessatamente silenzioso. Ma allora, religiosi, uomini e donne birmane sono condannati alla dittatura eterna? Soltanto i Paesi amici della dittatura o limitrofi potrebbero fare qualcosa. Cina, Russia e India sarebbero intermediari perfetti, gli unici a poter imporre delle pressioni alla giunta. La politica estera “non è bianca o nera”. Azioni forti presuppongono sempre grandi interessi. Troppe le variabili da calcolare. Il più delle volte assistiamo alle condanne e, comunque, osserviamo la morte. Le Nazioni Unite, paralizzate da un Consiglio di sicurezza che, se non riformato, sarà sempre sottomesso al volere-veto dei membri permanenti. I morti hanno eguale valore in tutte le parti del mondo? Contano sempre? La risposta è lapidaria: il valore che viene attribuito è differente. Gli alleati della giunta militare birmana proteggono, per interesse, il proprio alleato. La comunità internazionale solidarizza con gli oppositori, democraticamente eletti come governanti, ma non impone delle pressioni tali da far cambiare politica agli amici del soldo dittatoriale. Triste il destino dei birmani. Per quanto tempo il mondo punterà le telecamere in questa parte d’Oriente? La certezza è che si spegneranno. Quante volte è già successo? A luci spente, chi fermerà la giunta? Se nulla sarà fatto, in breve termine, ci saranno ancora oppositori in Birmania?

Marco Caruso
Federazione giovanile “I Socialisti italiani”


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